Sala dell'Archivio

La Sala dell’Archivio è un ambiente luminoso e unitario, ricco di arredi preziosi e di apparati pittorici. Una sequenza continua di finestre si apre sul Campo dei Carmini.

Di notevole qualità sono i dossali in noce attribuiti a Giacomo Piazzetta, che corrono lungo le pareti e sono scanditi da dodici cariatidi maschili e femminili scolpite quasi a tutto tondo, con figurazioni di profeti e protagoniste di episodi dell’Antico Testamento. I riquadri, ornati da cornici con festoni e volute, conferiscono al complesso una grande ricchezza decorativa. Dietro alla scrivania si trova l’imponente armadio, un tempo utilizzato per custodire i documenti della Scuola: questo prezioso arredo, da cui la sala prende il nome, testimonia ancora oggi la centralità delle sue funzioni.

La decorazione pittorica è una delle più unitarie di tutto l’edificio. Il progetto iconografico, ideato da Gaetano Zompini, ha come tema la celebrazione della “Grandezza e Gloria della Regina del Cielo” e della “Devota Congregazione che adora la Vergine sotto il titolo di Carmelitana”.

 

Le tele alle pareti, realizzate tra il 1749 e il 1753 – in parte dallo stesso Zompini, ma prevalentemente da Giustino Menescardi –, narrano episodi dell’Antico Testamento legati a personaggi femminili che prefigurano la Vergine Maria. Il racconto si sviluppa in senso orario, lungo le tre pareti interne della sala, intrecciando narrazione biblica e significati simbolici, ed esaltando le virtù di coraggio, fede e devozione delle protagoniste.

Procedendo in senso orario, accanto alla finestra si trova L’offerta di Abigail di Menescardi: la donna, con saggezza e umiltà, placa l’ira di Davide offrendo doni e parole di pace; diviene così nella tradizione cristiana figura di Maria, mediatrice. Segue Rebecca al pozzo di Gaetano Zompini: l’incontro con Eliezer è letto come prefigurazione dell’Annunciazione e il matrimonio con Isacco come simbolo dell’unione tra Maria e Giuseppe.

Il grande telero, ancora di Menescardi, con Il martirio dei Maccabei incornicia il portale verso la Sala Capitolare; la rappresentazione dell’atroce uccisione dei sette fratelli davanti alla madre evoca il dolore di Maria ai piedi della Croce.

La parete verso la Sala dell’Albergo è dominata da Ester sviene davanti ad Assuero di Zompini. L’eroina biblica che intercede per il suo popolo e, colta da svenimento, muove il re a compassione diventa prefigurazione di Maria, mediatrice di salvezza.

Accanto alla porta che conduce alla Sala dell’Albergo si trova Giuditta e Oloferne, capolavoro di Giambattista Piazzetta: la giovane, simbolo della Virtù che vince il Male e immagine di Maria trionfante sul peccato, è colta nell’attimo che precede la decapitazione del nemico, in una scena notturna carica di tensione drammatica. 

La complessa struttura del soffitto a cassettoni, intagliati in legno secondo un gusto ancora tardo-seicentesco, rimase incompiuta nella doratura prevista. Il progetto iconografico, ideato da Gaetano Zompini, fu interamente realizzato da Giustino Menescardi tra il 1749 e il 1753.

Al centro campeggia la tela con La Vergine appare al profeta Elia sul monte Carmelo, in cui Maria, con lo scapolare, rassicura il profeta – tradizionalmente considerato l’ispiratore dell’Ordine carmelitano – che la sua preghiera per la fine della siccità sarà esaudita. La scena simboleggia il ruolo di Maria nella rinascita della vita sulla terra inaridita dal peccato.

Nei nove comparti laterali, tele di forma angolare o ovale raffigurano le Sibille, che reggono libri, tavole o cartigli con frammenti delle loro profezie sulla Vergine e il Cristo, evidenziando il legame tra la sapienza pagana e il mistero cristiano.